Mio figlio non vuole vedere l’altro genitore: cosa devo fare?

Mag 7, 2026

Una madre entra in studio e mi dice:

“Mio figlio non vuole più andare dal padre. Piange ogni volta. Io cosa devo fare?”

Qualche giorno dopo, un padre mi fa la domanda opposta:

“Mia figlia non vuole più tornare dalla madre. Posso obbligarla?”

Sono situazioni tra le più difficili da gestire dopo una separazione.

Perché il genitore si trova stretto tra due paure:

da una parte, quella di ignorare il disagio del figlio;

dall’altra, quella di interrompere una relazione importante o di violare quanto stabilito dal Tribunale.

La risposta, quasi mai, è semplicemente:

“Se non vuole andare, non ci va.”

Ma nemmeno:

“Deve andare per forza.”

La prima cosa da fare è capire perché quel bambino non vuole più vedere l’altro genitore.

Il rapporto con entrambi i genitori è prima di tutto un diritto del figlio

Dopo la separazione, il minore ha diritto a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori.

È un punto importante, perché spesso si parla di:

“diritto del padre di vedere il figlio”

oppure:

“diritto della madre di tenerlo con sé.”

In realtà il punto di partenza dovrebbe essere un altro.

Di cosa ha bisogno quel bambino?

Normalmente, salvo situazioni particolari, ha bisogno di poter continuare ad avere nella propria vita entrambi i genitori.

Per questo un rifiuto improvviso non dovrebbe essere liquidato con un semplice:

“Non vuole più andarci.”

Bisogna fermarsi e capire cosa sta succedendo.

Un rifiuto raramente nasce dal nulla

Un bambino che inizia a rifiutare uno dei genitori sta comunicando qualcosa.

Ma quel “qualcosa” può avere significati molto diversi.

Può esserci stata una lite.

Può essere arrivato un nuovo compagno o una nuova compagna.

Può esserci gelosia.

Può esserci rabbia.

Oppure il bambino può sentirsi schiacciato nel conflitto tra i genitori e aver cominciato, più o meno consapevolmente, a schierarsi.

In altri casi il disagio può riguardare direttamente la relazione con il genitore rifiutato e richiedere un approfondimento molto più serio.

Ed è proprio per questo che bisogna diffidare delle spiegazioni troppo rapide.

“È tutta colpa della madre.”

“È il padre che se l’è cercata.”

“Il bambino è manipolato.”

Forse.

Oppure no.

Prima viene la comprensione.

Poi, eventualmente, arrivano le conclusioni.

“Se non vuole andare, posso lasciarlo a casa?”

È una reazione molto umana.

Nessun genitore vuole vedere il proprio figlio piangere davanti alla porta di casa.

Ma trasformare subito il rifiuto in un’interruzione degli incontri può essere rischioso.

Se un bambino attraversa un momento difficile nella relazione con un genitore, il compito degli adulti dovrebbe essere quello di aiutarlo a capire e gestire quella difficoltà.

Non semplicemente cancellare il problema.

Questo non significa minimizzare il disagio.

Significa prenderlo sul serio senza trasformarlo automaticamente in una rottura definitiva.

Ma nemmeno trascinarlo fuori di casa è una buona idea

Esiste anche l’errore opposto.

“C’è un provvedimento. Deve andare.”

Formalmente il ragionamento sembra semplice.

Nella pratica, costringere fisicamente un bambino terrorizzato o profondamente oppositivo a salire in macchina raramente migliora la relazione.

Spesso la peggiora.

Il genitore ha certamente il dovere di favorire i rapporti con l’altro.

Ma favorire una relazione non significa ignorare completamente ciò che il figlio sta esprimendo.

Bisogna distinguere tra un rifiuto momentaneo, gestibile con fermezza e rassicurazione, e un disagio più profondo che richiede un intervento specifico.

L’età cambia molto

Un bambino di cinque anni e un ragazzo di sedici non possono essere trattati allo stesso modo.

Più il minore cresce, più le sue opinioni assumono peso.

Un adolescente che rifiuta in modo stabile e motivato un genitore non può essere gestito semplicemente con:

“Vai perché l’ha detto il giudice.”

Questo non significa che sia lui a decidere tutto.

Significa che le sue ragioni devono essere ascoltate seriamente.

L’ascolto del minore non serve a chiedergli:

“Con chi vuoi stare?”

Serve a capire come sta vivendo quella situazione.

Ed è una differenza enorme.

E se è l’altro genitore ad alimentare il rifiuto?

Questa è una delle situazioni più delicate.

Un genitore non può ostacolare ingiustificatamente il rapporto del figlio con l’altro.

Non può screditarlo continuamente.

Non può trasformare il bambino nel proprio confidente.

Non può utilizzare il figlio come messaggero del conflitto.

E non può semplicemente dire:

“Io non posso farci niente, è lui che non vuole andare.”

Il genitore con cui il minore vive deve, nei limiti del possibile, favorire la relazione con l’altro.

Se emerge invece che il rifiuto viene alimentato o utilizzato nel conflitto, le conseguenze possono diventare molto serie anche sul piano giudiziario.

Ma anche qui serve prudenza.

Non ogni rifiuto è manipolazione.

E non ogni difficoltà relazionale significa che qualcuno stia “mettendo il figlio contro” l’altro.

Quando bisogna chiedere aiuto?

Prima di quanto si pensi.

Più una situazione di rifiuto si trascina, più rischia di diventare la nuova normalità.

Una settimana diventa un mese.

Un mese diventa sei.

E a quel punto ricostruire una relazione può diventare molto più difficile.

A seconda del caso, può essere utile coinvolgere professionisti capaci di leggere il disagio del minore e la dinamica familiare.

Psicologi.

Servizi.

Coordinatori genitoriali.

Curatori speciali, nei procedimenti in cui ne ricorrano i presupposti.

Oppure il Tribunale, quando la situazione richiede una modifica delle modalità di frequentazione o misure di tutela specifiche.

L’importante è non aspettare che il rapporto sia completamente deteriorato.

La domanda che faccio sempre

Quando un genitore mi dice:

“Mio figlio non vuole vedere l’altro genitore. Cosa faccio?”

la mia prima domanda è:

“Da quanto tempo succede?”

La seconda:

“Cosa dice esattamente tuo figlio?”

La terza:

“Cosa è successo prima che iniziasse?”

Da queste risposte spesso emerge la direzione da seguire.

Non esiste una soluzione valida per ogni famiglia.

Esiste però un principio che dovrebbe guidare ogni decisione: il bambino non deve essere lasciato solo dentro il conflitto degli adulti.

Non deve diventare il giudice della separazione.

Non deve scegliere quale genitore salvare o punire.

E non deve essere costretto a portare sulle proprie spalle il peso di una decisione che spetta agli adulti.

Il compito dei genitori è ascoltare, proteggere e favorire, quando possibile, la relazione con entrambi.

Il compito dei professionisti è aiutare a distinguere un disagio passeggero da una situazione di rischio, una difficoltà relazionale da un’interferenza, un rifiuto autentico da una posizione costruita nel conflitto.

Per questo, davanti a un figlio che non vuole più vedere l’altro genitore, la risposta più corretta non è agire d’impulso.

È fermarsi.

Ascoltare.

Raccogliere gli elementi.

Chiedere aiuto tempestivamente.

E ricordare che, dietro quel rifiuto, non c’è soltanto una questione organizzativa o giudiziaria.

C’è un bambino che sta cercando, nel modo che conosce, di dire che qualcosa non va.

Ogni situazione è diversa, e nei casi di separazione i dettagli fanno davvero la differenza.

Se vuoi capire quali sono i tuoi diritti, prima di fare passi che potrebbero complicare le cose, puoi contattarmi:

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Ti aiuterò a fare ordine, con un approccio concreto, empatico e senza giri di parole.

Perché in queste situazioni, sapere cosa fare cambia tutto. 💫